Traslocato.
Volevo solo salutarti, visto che non ti tedierò più.
Non potevo andarmene lasciandoti qua così, dopo più di un anno.
Ti saluto, mio carissimo blog.

Ci penso da mesi e in questi giorni il pensiero si è accentuato.
Non mi sento [più] libera di scrivere qui.
Sempre con la paura di chi possa leggere. Basta.
Non smetterò di scrivere, ma smetterò di farlo qui, a breve.
Mentre decido dove trasferirimi, lasciatemi scritto nei commenti se volete il nuovo indirizzo.
E ‘stavolta ve lo do in privato, cazzo.
[Ovviamente la Vale, l'Ali, la Fede, la Mounssiff, Giro e Ponetti sono sottintesi].

Comincerò in vivo.
Ieri sera aperitivo con la C.d.M. Voglia di uscire con il diluvio: mezza.
Decidiamo di esplorare uno dei nuovi locali di punta della Bolognabene, il Krisstal. Conveniamo che sì, è carino, ma un po’ burino. Continuo a pubblicizzare il Mambo come il miglior aperitivo.
Mentre ci avviciamo alla location, la C.d.M si chiede quali ameni incontri ci aspettano.
Mammamia.
Appena arrivate, la bella copia di Sasà [che per ragioni di sintesi chiameremo B.c.d.S.] riconosce la Vale, vista una sola volta, ad una cena. E fa due chiacchiere con lei, con noi.
‘Simpatico’, dico io. La C.d.M mi dà ragione.
Illuse.
Subito dopo la Vale incontra anche il Ceffo. Il Ceffo è un essere mitologico, di cui avevo solo sentito parlare, ma che non avevo mai avuto l’onore di incontrare. Lui si avvicina, saluta la Vale. Io sto impegnano il mio tempo in affari più redditizi, come riempire il mio piatto di gramigna fumante. Ma la mia concentrazione viene interrotta da una sensazione di ‘non so, mi sento presa in causa’. Il Ceffo, guardando nella mia direzione domanda conferma sulla sua, di sensazione. ‘Ma lei è la Sabrina Fra****i?’
Neanche ‘la Sabrina’ o il più gettonato ‘Frengo’. Nome e cognome. Diamine, mi sono sentita una celebrità.
‘Mmh, sì sono io’
‘Piacere, io sono Alessandro, il Ceffo’' faccia screen saver, da parte mia. ‘Dai, sai benissimo chi sono, non far finta di non saperlo’. Socc', pure l'aggressione verbale da parte del Ceffo.
A dire il vero ero ancora sconcertata per la faccenda del nomeecognome.
Andiamo fuori a fumare, tanto spioviggina e c’è un vento della madonna, i nostri capelli non ne avranno a male.
La nostra sigaretta viene interrotta da B.c.d.S che si ferma lì a parlare con noi. Siamo ancora dell’idea che sia un ragazzo simpatico.
Da lì in poi, sindrome dell'ostaggio.
Ci dice di tornare dentro con lui, si adopera per trovare un tavolo libero, si siede con noi. E da qui, un attacco di logorrea sconfinato, dove il signore ci ha esplicato l’opera omnia della sua biografia. I suoi parenti, i suoi viaggi, le sue origini, i vini.
Mentre un suo amico lo distrae suggerisco alla C.d.M che levare le tende potrebbe essere un'idea piuttosto brillante.
Usciamo e veniamo congedate anche dal Ceffo, il quale si raccomanda – con me – di non parlare male di lui. Che un giorno potrebbe tornarmi utile.
Io, il mio sopracciglio sinistro alzato e la Vale ri-saliamo in macchina e ci autoinvitiamo a casa Ponetti, con delle birre e due redbull in mano.
E qui ho stanato l’arcano: il mio narghilè è stato mutilato.
II compito cognitivo-comportamentale: non dare importanza al fatto che Fox racconti di aver fatto un sogno, di sabato sera, dove c’erano di mezzo delle tirocinanti e un cineforum. Sorvolare sul meccanismo dello ‘spostamento’.
Oh, F-I-N-A-L-M-E-N-T-E. Un dj set bello carico, come non ne vedevo da tempo. Forse dai tempi dei Justice.
Qualche souvenir di Nonantola:
- l’ameno bar in cui ci siamo fermate per un caffè.
- l’età media di 14 anni e mezzo. I ragazzini sono dei bei ragazzini e confido alla Vale che sarei dovuta nascere qualche anno più tardi, ma soprattutto non sarei dovuta vivere a Ruttoville.
- Un long drink 9 euro. Se volevi fare il fighetto e permetterti un cocktail pestato, dovevi privarti di soli 10 euro. Mykonos era più economica.
No, non è vero, Mykonos batte anche piazza S.Marco a Venezia.
- La vera protagonista della serata: la puzza. A seconda di dove ci si spostasse, l’aroma era differente. Una mappatura del locale: in entrata è possibile trovare il tipico delizioso profumo di lettiera di gatto. Appena un po’ più avanti, sulla destra, è l’odore di rum a dominare. Nel mezzo, inesorabilmente l’odore di un’ascella che non si lava dai ruggenti anni ’60. Per finire, nelle zone alte, veniamo intorpiditi dall’essenza della marijuana.
- The Salmon Dance. Fino all’ultimo temiamo, rabbrividiamo all’idea che non la mettano. Ma ad un certo punto, i Crookers annunciano ‘giuriamo su Gesù Cristo che questa è l’ultima volta che suoniamo The Salmon Dance’.
Io e la C.d.M. impazziamo, saltando insieme ai 14enni di cui vi parlavo poc’anzi.
- Il Pone, che urla compulsivamente ‘Non mi vogliono mettere le prostitute!’
- I nostri compianti timpani. Una volta uscite, ma soprattutto rientrate nella smart, realizziamo una cosa. Non sentiamo più un cazzo. Il primo viaggio della mia vita con la radio spenta.
Avrei messo un video live, ma non si sentiva una mazza se non delle urla.
Che giornata strana.
Stamattina ho dormito a profusione dopo la mia agognata serata al Cassero. Che bello quel posto dove tutto si può. Dove si può addirittura ballare di pigiama vestita.
Mi sveglio con estrema calma, mangio e vado sui colli.
Fuori c’è un vento forte e un cielo grigio scuro. Che figo il pre-tempesta.
Trovo le mie colleghe nel nostro studiolo e ci facciamo le nostre risate terapeutiche quotidiane sulle gag imbarazzanti in modo assurdo degli psichiatri.
Dopo mi è un po’ passata la voglia di ridere.
Non so come dirvelo, non so come dirlo, ma oggi mi sono sentita davvero vulnerabile davanti a tutto quell’ambaradan. Tanto dolore tanta tristezza mi hanno destabilizzato e procurato un magone qui. A partire da sotto la carotide e per finire nello stomaco.
Eravamo io e Fox, quando sono stata colta dal secondo magone della giornata. Mi dice che noi psicologi finiremo per deterioraci anche noi, a lungo andare, davanti a tutto questo. Anche lui era scosso, solo che lui è un uomo tutto d’un pezzo e riesce ad evitare le sopracciglia da ragazzina scema che ha appena visto una puntata di c’è posta per te. O forse è solo un professionista.
Usciamo dall’ascensore e il tempo apocalittico davanti a noi. Pioggia leggera stagliata su alberi verdi illuminati da un solo raggio di sole, ma deciso.
Bene, ora mi torna il sorriso.
Perché io e il mio Fox torniamo in studio per svestirci. Dai camici, che avete capito.
Infilo il mio trench, lui mi chiede se voglio un passaggio in macchina.
Secondo voi, che ho risposto?
Per fortuna il fato ha deciso al posto mio e ha evitato balbettamenti decisamente poco eleganti.
‘No grazie, sono in macchina anch’io’, ovviamente con la stessa espressione che avrei avuto se mi avesse chiesto di passargli una penna.
Brava Frengo, brava.
Ovviamente una volta che lui è uscito dallo studio sulla mia bocca sono comparse degli strani movimenti afoni che suonavano come un porcatroia.
Già, perché io, lì, in macchina non ci vado praticamente mai.
Meglio così, va là.
Ci sono volte in cui è giusto scrivere, anche se non si ha da scrivere.
Oggi scrivo perché non vedevo l’ora di poter scrivere questo titolo. Scrivo perché ho ricevuto carine pressioni. Scrivo perché i miei post spesso [diciamo pure quasi sempre] sono impregnati di ‘sconfidenza’ e non potevo lasciarmi l’occasione di lasciare un post felice.
Io oggi sono felice.
E non lo dicevo da mesi. Non ricordo nemmeno da quanto.
No, non è successo nulla, ma sono felice di quello che sono, di chi mi sta intorno, di quello che faccio. Di quello che non sono.
Il mio tirocinio procede, lì mi sento a casa. Lassù, sui colli, fuori da questa città, in mezzo agli alberi in fiore, contenta di salutare ogni singola persona che mi trovi davanti.
Un po’ come arrivare in paradiso dopo anni di inferno.
Io oggi sono felice.
Sono riuscita a trovarmi bene con tutte le donne che popolano quel posto. Con loro rido. Sparlo. Faccio la scema come mio solito.
Finalmente delle psicologhe normali.
Sono riuscita a trovarmi bene con tutti i pazienti. Con loro parlo. Scherzo. Mi faccio dire che ho delle belle scarpe. Mi faccio domandare ‘ma tu sei una neo-dottoressa’?
Eppoi c’è lui. Ehhhhhh che devo dire? Sono felice anche di esercitarmi a tenere i piedi per terra, una volta che ho capito che lì non ci posso arrivare.
Ma è comunque bello averlo intorno.
Io oggi sono felice.
Naaaa, non è vero che ho lasciato del tutto perdere. Ci avevate creduto?
Ma è vero che mi sto sperimentando. Sperimento la strada distinguiamoci dalle altre. Facciamo quello che nessuna fa.
Non facciamolo sentire tanto figo. Non più di tanto, almeno. Rimaniamo distanti. Rimaniamo inespugnabili. Rimaniamo distaccate. Rimaniamo un mistero. Diamogli una piccola ferita narcisistica.
Facciamoci notare, fingendo di non volerlo fare.
Due anni.
Circa ottantacinque persone coinvolte.
Migliaia di domande a trabocchetto.
Sei psicologhe interpellate.
Ma, alla fine, chi la dura la vince.
Gente, ce l’abbiamo fatta.

Conoscete il giochino ‘Stoneface’?
Trattasi, in parole spicciole, di un gioco hard. Con cinque h davanti. Un numero non ben precisato di uomini si posiziona intorno ad un tavolo, come se stessero giocando a poker e bluffano. Solo che non hanno le carte in mano. L’ameno passatempo consiste in una gentil donzella che, a gattoni, va da un uomo all’altro, sotto al tavolo, regalando fellatio. L’abilità degli XY sta nel non rivelare chi è il beneficitario della fellatio medesima, mantenendo una faccia di pietra. Stoneface.
Bene. Io sto giocando a Stoneface da circa due settimane, o almeno, sto facendo una cosa che me l’ha ricordato.
Sicuramente vi ricorderete dell’uomo a cui sono diretti i miei compiti cognitivo-comportamentali. Urge per lui un nome in codice. Fox, sarà.
E non mi chiedete perché.
Ieri sera suonava. In un locale che avevo giurato non rivedere più. Proprio per questo, ci sono andata.
La mia abilità, o meglio, l’abilità che sto corteggiando, è quella di rimanere quasi impassibile ogni volta che mi verrebbe da spalancare la bocca, da ridere sguaiatamente. O semplicemente sbavare appena Fox dice una cosa. Perché lui, non ne sbaglia una. Cazzo.
Entro in quel locale. Stanno già suonando. Lui suona la batteria. Io e l’altra ragazza [chissà se anche lei sta giocando a Stoneface] ci sediamo in un angolino, come se non ci stessimo molto a dire lì. Lei lo saluta sbracciandosi. Io ho una meravigliosa colonna davanti che mi permette di temporeggiare e rimandare il momento del saluto.
Come si saluta il tuo tutor che suona la batteria e che conosci da due settimane?
Mi sporgo dalla colonna, dopotutto volevo vedere com’era vestito. Lui mi vede. Con una bacchetta mi indica e mi guarda come per dire ‘hey ti ho visto’. Faccio ciao ciao con la manina e un sorriso ebete addosso. Stoneface. In realtà avrei voluto lanciargli le mie mutande sul palco.
Mi riprendo un po’ di sfrontatezza e dico alla mia compagna che, cazzo, siamo andate fin là per vederlo, non possiamo stare dietro ad una colonna. Prendo il mio vodkaredbull e ci sediamo su una panca di fronte al palco. In quel momento stanno suonando una cover di una vecchia canzone [gente, a parte gli scherzi, questo gruppo spacca. Ha degli arrangiamenti davvero originali, anche con delle canzoni obsolete.]. Al momento del ritornello mi capita di guardarlo. In quel momento anche a lui capita di guardarmi e sempre guardandomi canticchia “lo sai che ti amooooooo io ti amooooo veramenteeeeeeeeee”.
Stoneface.
Tutto il gig è un’agonia.Lui continua a farmi/farci smorfie come suo solito e ad essere incredibilmente figo con la sua camicia bianca e la sua giacca nera. E io sorrido, professionalmente.
Dopo tutto ciò, ci vuole offrire una birra. Gli dico che ‘mmh non bevo birra’.
Lì ho perso 100 punti.
Ci intratteniamo a fare delle chiacchiere con lui. E salta fuori che lui ha fatto la tesi con Giovanni.
STONEFACE.
‘Ma dai, anch’io’ dico, come se non fosse vero che solo per quello lo voglio sposare.

Finalmente ho un figlio.
Ne ho concepito un altro, un’altra, pardon, un anno fa. Ma quella non era voluta. E’stata una figlia bistrattata, mai accettata. Crescerà con gravi problematiche psichiche. Si chiama Ciclotimia.
Questo figlio è stato voluto una settimana fa, concepito oggi e la data del parto è prevista per lunedì 20.
Una cosa MIA, che porterò avanti IO, che ho scelto IO, che strutturerò IO e che dovrò crescere con cura e attenzione affinchè venga su un bel figliolo.
E se Ciclotimia si è presa tanti complimenti, nonostante la mia stizza nei suoi confronti, questo figlio dovrà proprio essere er mejo.
Taccio volutamente sul mio week-end. Perchè per me è stato piuttosto sereno, ma per altri è stato triste, per altri è stato irritante, per altri è stato noioso.
Il tutto condito da un tristerrimo party anni'80 dell'Estragon. "Party anni'80 nel senso che è dagli anni '80 che ce lo propinano" [cit. Silvia]
1° compito cognitivo- comportamentale: smetterla di guardare bramosa i suoi boxer a righe che vengono svelati dai suoi stiracchiamenti.

Per tutto il giorno ho avuto la voglia di scrivere questo post.
E per tutto il giorno mi sono detta che certe cose me le devo tenere per me. Sarebbe meglio che le tenessi per me.
Ma per tutto il giorno si sono aggiunti pensieri su riflessioni e, arrivata a quest’ora [23.41], con una giornata alle spalle, le mie difese sono andate a bersi qualcosa. Probabilmente le trovate da Brigo.
O più probabilmente le troverete al Lime, da quando hanno scoperto l’happy che permette loro di pagare un cocktail 3 euro.
Io invece sono rimasta qui, con quel prurito alle mani e un blog sempre pronto a sentire ciò che ho da dire. A leggere ciò che ho da scrivere.
Avrei voluto raccontare della serata di ieri, con la C.d.M. Degli incontri del semiterrore, delle scoperte assolutamente del terrore [Ciaky, Ciac, Ciacci, Ciack o come diavolo si chiama, era il nostro rappresentante di istituto. Pensa mò.], degli incontri assurdi con i goliardi. Amo qualunque persona mi regali anche solo un sorriso. Ringraziamo il goliarda [o goliardo?] che nell’ordine mi ha detto:
- che ha una bancarella in piazzola, quella con le magliette in bolognese. La perla è stata la descrizione della maglia con superman che si straccia la camicia, lasciando intravedere un’ulteriore maglia [una maglia nella maglia, diamine] con scritto brisa strazer i maron. Se non siete bolognesi e non capite il significato, non è affar mio. Nemmeno io sono bolognese.
- Che vuol venire a letto con me. Di questi tempi apprezzo anche l’intraprendenza più old style, detta anche l’intraprendenza più becera.
- Che potrei far parte della loro BALLA, che dovrei entrare nel gruppo dei goliardi. Come no, figlio mio, mi sono fatta un paiolo come quello di Beyoncè e adesso che ho finito mi metto a bere ettolitri di vodkaredbull tutte le sere con un copricapo in testa tutt’altro che arrapante. Chiaramente queste cattiverie non le dico davvero. Volevo essere carina con lui. D’altronde era un papabile partner sessuale. C’è crisi gente, c’è crisi. Gli dico che “naaaaaaa, non ho più il fisico per ‘ste robe”. E la risposta merita un punto a sé. Il seguente.
- Massì che hai il fisico, giusto che hai questa giacca che ti PIALLA. “Tesoro, sono piallata di mio, non è colpa della giacca”. Apprezziamo il successivo goffo tentativo di salvare l’approccio, considerando i fumi dell’alcool alberganti nel ragazzo.
Beh avrei avuto talmente tanta voglia di raccontarvi tutto questo che alla fine ve l’ho raccontato per davvero.
Tornando a noi.
Adesso mi sbottono.
Cazzo, adesso ho perso la concentrazione perché sto ridendo ripensando alla pialla.
Ok, ci sono.
Le mie considerazioni sono su quattro persone del sesso opposto.
Oggi ridevo. Dalla disperazione, s’intende.
Il mio tirocinio mi ha portato alle due situazioni che peggio si addicono a qualsiasi situazione lavorativa. Ma una ve l’ho già accennata.
Avere un superiore uguale a uno che ti è piaciuto. Uno per cui ti sei rosa il fegato parecchio. Uno per cui ti sei lanciata tanto. Sempre dal quarto piano.
L’altra evenienza, e questa è ancora meglio, è prenderti una cotta per il tuo tutor. Perché non è solo un superiore, è proprio quello che ti firma le ore, quello che mette il nome sul tuo libretto.
Bene. Inutile dire che questo ha tutto quello che ho sempre cercato, rantolante. E’ inutile dirlo. Perché era ovvio che le trovassi in uno a cui non posso nemmeno avvicinarmi.
L’Ali aveva pronosticato che mi sarei innamorata di un paziente. No, peggio. Ovviamente la parola innamorata va incorniciata da tre paia di virgolette.
Mi voglio gongolare nel dire che questo uomo si veste meravigliosamente, che suona in un gruppo, che porta il sole appena entra in una stanza, che ti fa ridere con un’occhiata e, gente, quest’uomo condivide il mio amore più grande. Aspetto ogni giorno il suo passo falso per poter rifugiarmi nella sensazione comoda, in quanto conosciuta, del “ohhh anche lui è un idiota. NEXT”. Chessoio, una battutaccia, un calzino bianco, una castroneria in ambito psicologico, un atteggiamentoda viscido. Niente, non sbaglia mai.
Emoticon che sbatte la testa contro il muro.
Poi, signori miei, vi chiederete che fine ha fatto il povero Lemon. Sinceramente fino ad oggi me lo chiedevo anch’io. Non l’avevo più sentito e non mi ero curata di avere sue notizie. Oggi mi ha comunicato che è a Venezia, a fare la tesi.
Salutami il canale.
Ma non voglio parlare di lui. Voglio parlare di un altro ragazzo, con cui non ho mai fatto nulla e con cui non ci sarà mai nulla, che ho visto tre volte nella mia vita, ma a cui – inspiegabilmente – voglio davvero bene. Un ragazzo che mi manca parecchio, nonostante la distanza a volte ti faccia dimenticare dell’esistenza delle persone.
Questo ragazzo oggi l’ho sentito, dopo più di quattro mesi. Ho imparato quanto sia bello dire alle persone che se lo meritano ciò che pensi. Gli ho detto che mi manca un sacco.
Ma non voglio dire quello che mi ha risposto lui.
Forse voglio solo dire che mi ha fatto commuovere.
Lettori, scusate se sono stata presa dalla Lemonite e se vi ho tediato.
Buonanotte.
Ps. Io intanto penso ai compiti cognitivi-comportamentali da autosomministrarmi per farmi passare la fissa eufimisticamente controproduttiva per lo Psycho. E non mancherò di comunicarveli.